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Di chi è la montagna?

Cosa è successo alle aree montane del nostro paese? Quali sono state le ragioni dello spopolamento e della sua apparente irreversibilità? Chi decide ora sulle terre alte? Su BeeClimber siamo fieri di ospitare una serie di riflessioni a partire dal numero 43 di «Zapruder», "Alte Quote. Economie e società di montagna in un mondo globale". Zapruder non è una rivista qualsiasi ma è un lavoro collettivo sulla storia della conflittualità sociale, in circolazione da oltre 15 anni! Noi di BeeClimber siamo consapevoli che questi sono temi fondamentali per chiunque ami la montagna ed è questa la ragione per cui siamo orgogliosi di ospitare questo contributo.

Riflessioni a partire da «Zapruder», n. 43, Alte Quote

Copertina di Zapruder n. 43, «Alte Quote»
Copertina di «Zapruder», n. 43, Alte Quote. Economie e società di montagna in un mondo globale. 

Zapruder è una rivista di storia della conflittualità sociale, in circolazione da oltre 15 anni. Al momento in cui vengono scritte queste righe è arrivata al suo quarantaseiesimo numero (in stampa negli stessi giorni in cui esce quest’articolo), non male per una realtà autofinanziata e con procedure redazionali collegiali e trasparenti, in controtendenza con le metodologie accademiche. Il numero 43, uscito nell’estate 2017 ha come argomento cardine le trasformazioni economiche e sociali negli ambienti montani.
Quando con Fiammetta Balestracci abbiamo iniziato a pensare a una proposta di numero, siamo partiti dalla nostra passione per la montagna: insieme per almeno un paio d’anni abbiamo condiviso passeggiate, ascensioni e falesie, confrontandoci allo stesso tempo su alcune domande che ci venivano ispirate dalla comune formazione storica. Cosa è successo alle aree montane del nostro paese? Quali sono state le ragioni dello spopolamento e della sua apparente irreversibilità? Chi decide ora sulle terre alte?

La nascita di un numero

Queste domande sono state dunque la base da cui siamo partiti per elaborare un appello in più lingue, appello che ha raccolto contributi ad ampio spettro sulle trasformazioni economiche e sociali negli ambienti montani avvenute nel corso degli ultimi due secoli. Gli articoli che sono arrivati – dal Salvador all’Himalaya, dagli Appennini ai Pirenei – hanno ampliato la superficie d’analisi mostrandoci le tante contraddizioni con cui le terre alte e i loro abitanti si sono confrontati, e tutt’ora si confrontano, a partire dai processi di globalizzazione e alla diffusione del modello di sviluppo capitalista.
Sicuramente, il primo pensiero per chi si occupa di questi temi a partire da un punto di vista storico, va a Nuto Revelli. Revelli fu pioniere degli studi sociali sul mondo rurale delle alte quote, intervistando tra gli anni Cinquanta e Settanta decine e decine di persone sulle Alpi piemontesi, nelle Langhe, nella pianura pedemontana del canavese. Dalle sue ricerche sono nati volumi fondamentali e concetti profondamente evocativi delle dinamiche economiche e sociali che hanno inciso sull’arco alpino: Il popolo che manca, titolo di un libro pubblicato postumo nel 2013, Il mondo dei vinti, del 1977; L’anello forte, del 1985, sull’universo rurale femminile.

La montagna sconfitta

Una vecchia vasca da bagno utilizzata come abbeveratoio per le mucche nel mezzo del bosco
Una vecchia vasca da bagno utilizzata come abbeveratoio per le mucche. Dal contributo di Nola Minolfi, The man who never saw the sea, in «Zapruder», n. 43, p. 82.

La sottotraccia di ognuna di queste ricerche era la chiara percezione che quel mondo, appunto, fosse stato sconfitto: dall’industrializzazione di pianura, che assicurava salari sicuri e non stagionalità incerte; dall’infrastrutturazione delle valli più remote, che rese un po’ meno isolate le loro comunità; dall’avvento del turismo di massa, che ha iniziato a far circolare qualche soldo in più in territori altrimenti poverissimi.
Dinamiche non necessariamente negative, al contrario. Partire da questa contraddizione vuol dire abbandonare da subito un atteggiamento naïf alla vita di montagna: niente concessioni romantiche dunque. La vita dei nostri nonni e dei loro padri era aspra, segnata da rapporti sociali e di genere duri.
Tuttavia, a distanza di quaranta anni da quei lavori, è giusto fare un bilancio delle relazioni che montagna e fondovalle hanno intrecciato. E l’invecchiamento della popolazione, il taglio ai servizi periferici, la crescente pressione demografica sulle città, l’abbandono dei versanti, la fine della grande stagione del turismo invernale con lo strascico di gravi fallimenti, fanno pesare in negativo il piatto. C’è da chiedersi perché, se questo vale ovunque nel mondo, e soprattutto se e come si può rendere reversibile questo processo.

Crisi e nuove prospettive

La crisi ha certamente contribuito a rimettere al centro del dibattito pubblico il mondo della montagna: la crisi dello stile di vita urbano, prima di tutto, con sempre maggiore pressione su servizi, filiere alimentari e territorio, a fronte di sempre minori risorse. Metà della popolazione italiana oggi vive in un quarto della sua superficie, con uno squilibrio a dir poco tremendo. Questo ha portato a una crescita anticiclica delle attività economiche connesse all’outdoor: il boom dell’arrampicata sportiva, delle attività escursionistiche, dell’abbigliamento e dell’attrezzatura tecnica, per citare alcuni esempi. Ma anche l’interessante fenomeno dei “montanari di ritorno”: giovani e meno giovani, italiani e stranieri, che, per varie ragioni e i più disparati obiettivi, lasciano il fondovalle per trasferirsi in alta quota. Sono storie di successo e fallimento, come raccontano il bel volume di Maurizio Dematteis, Via dalla città, o il film di Giorgio Diritti, Il vento fa il suo giro.
E proprio sul tema del ripopolamento, dove globale e locale si incontrano, va sottolineato l’impatto che le odierne migrazioni internazionali stanno avendo sulle terre alte, specie in Italia, ma in generale nell’intero bacino mediterraneo. Se infatti lo stanziamento di cittadini stranieri in valli più o meno remote può mettere in discussione il patrimonio culturale di comunità spesso invecchiate e drasticamente ridotte nei decenni, dall’altro le competenze professionali, la vitalità in termini economici e imprenditoriali, la giovane età, sono dimensioni che non possono che avere un effetto virtuoso. Inoltre, i travasi di popolazione sono un fatto più che comune nella storia dell’umanità, specie là dove i rilievi diventano anche confini: le Alpi e i Pirenei ovviamente, ma anche gli Appennini che storicamente hanno diviso regioni, regimi produttivi, economie e culture.

La Transumanza delle vacche. Demonticazione, ovvero la discesa delle vacche a fine sta- gione, sta diventando un fenomeno folkloristico di interesse turistico di Asiago
Transumanza o demonticazione, ovvero la discesa delle vacche a fine stagione. Dal contributo di Andrea Colbacchini, Una montagna non fa resistenza, in «Zapruder», n. 43, p. 71.

Riprendendo uno degli articoli del numero, dedicato alle migrazioni internazionali nelle Alpi, la domanda che, da residenti fissi o frequentatori sporadici, ma comunque amanti della montagna, dobbiamo farci, è dunque, chi decide sulle alte quote? Di chi sono? In qualche misura sono di tutti e tutte noi, ma ancor di più di chi le vive e chi, per passione e divertimento, le attraversa seppur saltuariamente, deve farsi carico di questa responsabilità.

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